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Macchine che vincono la morte ad Area Arte

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Pubblichiamo qui l’intervista fatta da Area Arte, prestigiosa rivista letteraria, a Paolo Demo. Si parla di Ceramiche, ma anche di Moonstudio e di creazione in genere. Il nostro team è fiero di lui.

“Paolo Demo è architetto, designer e artista, personalità poliedrica che combina il know-how, le ambizioni e le ossessioni delle tre discipline. Profondamente radicato nel territorio vicentino, dov’è nato e dove da sempre risiede, nel raccontare il proprio percorso personale e professionale non dimentica mai di mettere in risalto il legame indissolubile che intrattiene con il suo contesto famigliare e geografico, che è per lui fonte di profonda ispirazione e termine di confronto continuo.
Dal padre, proprietario di una fabbrica di ceramiche artistiche, Demo eredita la passione per il progetto e il lavoro manuale. D’altra parte, proprio in antagonismo con la figura paterna, che lo vuole includere automaticamente nell’attività di famiglia, sceglie di non seguirne passivamente le orme. Trasferitosi a Venezia, studia allo IUAV e qui si laurea in Architettura. Negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza di Demo, il Veneto vive ancora del riflesso delle energie del boom economico del Dopoguerra che, malgrado i primi segnali di crisi, all’epoca ancora in molti ritengono inesauribili.
Saperi artigianali antichissimi, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, sono riscoperti e reinventati per alimentare la grande macchina dello sviluppo industriale su larga scala. Negli anni d’oro del disegno industriale italiano, però, l’utopia generosa del design per tutti e la fiducia in una possibile democratizzazione della qualità si realizzano solo in parte, perché spesso si scontrano con le esigenze di ottimizzazione e contenimento dei costi. Nei casi peggiori, il risultato è una progressiva generalizzazione della produzione e la perdita di quello slancio etico che è l’autentico fondamento concettuale dell’intero processo. Di queste dinamiche, vissute in un primo momento come background pervasivo della sua giovinezza, Demo matura negli anni una consapevolezza sempre maggiore, comprendendone gli aspetti positivi e le criticità e giungendo a identificarle come il proprio quadro culturale, sociale ed economico di riferimento.
Una volta accettato e fatto proprio questo fondamentale imprinting, egli lo analizza con la curiosità del giovane che s’interroga di fronte al proprio passato, e che accetta di farsene carico solo a patto di trovare ad esso un’ottica e un senso nuovi, contemporanei e vivi. Certamente, ne recupera la visione del progresso come impresa corale, frutto della condivisione d’idee e della commistione continua tra competenze specialistiche e intuito. Per questo Demo condivide con Emmanuele Casaro la guida di Moonstudio, una realtà che “lavora nei giorni in cui il suono di un Paese che produce (…) assicura che continuerà a produrre per molto tempo ancora”. Moonstudio, inoltre, “crede nella collaborazione, nella condivisione accorta e sapiente delle idee” e “si trova tra le fabbriche e i (…) cari capannoni”. “Mi piace stare dove si sentono i rumori del lavoro”, afferma Demo, ribadendo un attaccamento ai luoghi e alle sensazioni della sua infanzia. Della figura novecentesca dell’”architetto integrale”, personaggio ai limiti del mito a cui in molti hanno aspirato, Demo accetta la convinzione che le varie discipline progettuali non funzionino come mondi separati e compiuti, ma anzi possano esprimersi al meglio solo quando convivono, scambiano e partecipano di un’unica sfera del “fare”, estremamente inclusiva e aperta ad ogni forma
di ibridazione. Lo spirito critico del progettista gli permette di orchestrare nelle diverse occasioni il ruolo di ogni arte all’interno del processo creativo, prestando particolare attenzione a non cedere alle facili lusinghe della tecnologia, che è certo fonte di evoluzione senza sosta, ma che può esprimersi positivamente solo a patto di “connettere prima le mani alle idee”.

Inoltre, a Moonstudio Demo e Casaro curano tutte le fasi del progetto, dagli aspetti più pratici, come la prototipazione e l’ottimizzazione in fase esecutiva, fino al dialogo e alla conoscenza approfondita con i clienti e le aziende, agendo nei fatti come pure dalle competenze trasversali che mettono in rete le ricchezze del loro territorio. La poetica di Demo fa della varietà e della continua sperimentazione formale un fattore di positiva apertura mentale, contrapponendola alla ricerca di una coerenza assoluta, che spesso inibisce e so”oca la creatività. Non stupisce, quindi, che Moonstudio introduca i propri progetti con una celebre citazione di Ettore Sottsass jr., che a”erma che “l’architettura può essere fatta di poco, di molto poco, purché questo poco sia tutto quello che gli uomini devono avere per non dimenticarsi di essere uomini e niente altro. Niente altro che questo”.

Come Sottsass, uno dei più grandi tra i postmoderni italiani, Demo costruisce forme in libertà e, così facendo, suggerisce possibili significati. Permane sempre un’ambiguità di fondo, un’allusività che permette a queste composizioni di prestarsi a in!nite letture: all’osservatore è delegato il compito di costruire il suo personale racconto. Curiosamente, sono proprio i suoi oggetti in ceramica – materiale con cui, nel frattempo, ha ristabilito un rapporto pacifico, dopo la “fuga” adolescenziale – ad incarnare al meglio i temi della sua ricerca e a rappresentarne gli sviluppi formali più convincenti.
Come racconta lo stesso Demo, suggerendone possibili interpretazioni: nelle ceramiche di Pull Lovers, “convivono innocenza e gravità. Nel loro incastro, la tensione spaziale diventa sensuale”; Tales of the factory accosta quattro volumi che formano una “composizione di elementi nobili dello spazio domestico (vaso, scatola, vassoio) e convivono nell’armonia di una rappresentazione; acqua, terra, fuoco e aria”; e si potrebbe continuare a lungo con la serie Echoes e tante altre. Tutte sono accomunate dai colori sgargianti, dalle super!ci lucide e dalle curve morbide, come in un’ostentata dichiarazione di ottimismo e spensieratezza, anch’essa memore delle atmosfere postmoderne. Tutte, infatti, nascono come “macchine che vincono la morte”, come nel caso di Ezio, sovrapposizione esuberante di cromie e geometrie che eredita il nome da un caro scomparso e ne cristallizza la vitalità in un oggetto proiettato verso il futuro.”

 

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